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martasimionato:

…non c’è bisogno di altri commenti per descrivere la grandiosità di questo discorso!

(Fonte: youtube)

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“I bambini hanno bisogno di conoscere se stessi tanto quanto hanno bisogno di conoscere il mondo; e queste informazioni si ottengono soltanto agendo nel mondo, cioè tramite l’interazione reale fra esseri umani. I bambini hanno bisogno di più esperienza e meno televisione.” 
John Condry, “Ladra di tempo, serva infedele: la televisione e il bambino americano”.

“I bambini hanno bisogno di conoscere se stessi tanto quanto hanno bisogno di conoscere il mondo; e queste informazioni si ottengono soltanto agendo nel mondo, cioè tramite l’interazione reale fra esseri umani. I bambini hanno bisogno di più esperienza e meno televisione.” 

John Condry, “Ladra di tempo, serva infedele: la televisione e il bambino americano”.

Quote
"Si può capire di più una persona in un ora di gioco che in un anno di conversazione."

— Platone

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Con le mani…

Le mani hanno contraddistinto l’uomo dagli altri esseri viventi del mondo. Sono in grado di comunicare, creare, plasmare, scoprire, lavorare, giocare, tutte esperienze che non si possono vivere stando davanti uno schermo. Queste attività non si improvvisano, sono frutto di lungo esercizio e si perfezionano nel corso degli anni per tutto il periodo della nostra esistenza. I bambini che hanno l’opportunità di apprendere, grazie a laboratori, alcune delle tante attività manuali, si ritrovano con un vero e proprio “tesoro tra le mani”; esse favoriscono alcuni aspetti fondamentali della crescita educativa di una persona.

Quando costruisci qualcosa con le tue mani, non costruirai mai un oggetto o un gioco bello come quello che viene venduto nei negozi, ma proprio qui sta la proposta educativa del lavoro manuale. Il bambino è soddisfatto e capisce che non è la bellezza che rende bello un gioco, ma è il tempo che ha passato per costruirlo, l’impegno che ci ha messo, il significato che esso possiede. Qui sta la vera bellezza.

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Videogiochi e violenza!

Spesso a giocare con i videogiochi sono bambini di età compresa tra i 4 e i 10 anni e mi chiedo come faccia la loro mente ad elaborare una simile velocità. A tal proposito, durante una conferenza organizzata dalla Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano è emerso, da parte di molti genitori, la consapevolezza che il nervosismo dei loro figli continua ad essere presente anche dopo aver spento i videogiochi. Questo nervosismo esiste non solo a causa di videogiochi che prevedono un’elevata velocità, ma, soprattutto, a causa di videogiochi aggressivi.

Non possiamo fare finta che la violenza non faccia parte dell’immaginario infantile. Essa, però, può essere educativamente importante quando rimane un gioco, quando invece si confonde con la realtà, come spesso accade nei videogiochi, l’elemento educativo viene meno.

A mio parere è molto difficile che i bambini riescano a scindere realtà da finzione quando le trame sono troppo realistiche, ad esempio, in videogiochi come Call of Duty o The Darkness, e purtroppo molti genitori non sono a conoscenza del fatto che giochi simili siano sconsigliati ad un pubblico di giovanissimi.

Oltre alla troppa veridicità delle trame il problema di molti videogiochi violenti sta nell’insegnamento che essi trasmettono: chi vince è quasi sempre il cattivo e la violenza non viene usata per scopi nobili, quando, invece, i cartoni animati ci hanno sempre insegnato che il buono vince e che la violenza deve essere usata esclusivamente per una buona causa.

Anche sotto un punto di vista medico, grazie ad una ricerca condotta dalla School of Medicine della Indiana University, si è scoperto che l’uso di videogiochi violenti altera l’attività del cervello. I risultati dello studio hanno dimostrato che dopo aver giocato, i ragazzi mostravano una attività sensibilmente ridotta rispetto alla norma nelle regioni interessate al controllo delle emozioni e del comportamento aggressivo.

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Recuperiamo la manualità!

Sappiamo che in Italia il 70% dei bambini tra i 6 e i 10 anni gioca ai videogiochi e per questo essi sono in grado di usare con abilità tastiere di computer e joystick di console. Il problema è che queste nuove generazioni non sono più in grado di svolgere attività che svolgevano ad esempio i nostri genitori, come avviare una trottola, tirare delle biglie o lanciare un sasso con una fionda. Esistono bambini che non hanno mai esplorato il loro quartiere in bicicletta e altri che non si sono mai costruiti un gioco con le loro mani, ragazzi che non conoscono nessun tipo di attrezzo e altri che non hanno mai provato a far parte di una squadra. Possiamo dire che questi bambini stanno perdendo esperienze importanti per la loro formazione umana, che difficilmente potranno recuperare, e che avrebbero dovuto acquisire da insegnanti veri.

Gli insegnanti sono coloro che stanno vicino ai bambini e che portano una loro reale esperienza, passione, competenza, che fanno far loro esperienze vive, concrete e non virtuali. Queste esperienze sono, la maggior parte delle volte, banali ed elementari, ma sono quelle esperienze alle quali bisogna dedicare tempo, pazienza e dove la velocità non conta; l’importante di queste attività sono le emozioni e i sentimenti che si provano passeggiando in un bosco o chiacchierando con un amico.

A tal proposito Gianfranco Zavalloni propone una lettera di una mamma, scritta sottoforma di poesia.

Il mio bambino ama la neve

Il mio bambino ama la neve. E il baseball. E la corsa, e l’atletica.

Il mio bambino è appena entrato alle scuole medie.

Prima media.

Trepidante, spaventato, curioso.

Il mio bambino aveva i lacrimoni agli occhi il secondo giorno di scuola.

Un insegnante è un po’ “ handicappato”.

E lui ha pianto perché i suoi compagni lo prendevano in giro.

Non ha il coraggio di fare a pugni per difendere gli handicappati.

Per fortuna. Ma piange perché il professore è deriso.

Il mio bambino ha una sorella handicappata.

Il mio bambino ha avuto alcune lezioni di informatica.

Il mio bambino ha il computer a casa ma, per fortuna, non lo ama molto.

Il mio bambino ama la bicicletta. E il baseball.

L’insegnante d’informatica, dopo un mese di scuola, l’ha sgridato

Perché col computer è troppo lento.

Gli altri, sono molto più bravi. Più veloci.

E lui non sa usare il computer.

E l’insegnante lo sgrida.

Il mio bambino ama la bicicletta.

E il prato. E gli uccelli.

Il mio bambino ama gli “handicappati”.

E piange di nascosto se il suo professore viene deriso.


(Fonti utilizzate: “La pedagogia della lumaca”, Gianfranco Zavalloni)

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Giocattoli: plastica o legno?

Tutti i bambini possiedono almeno un giocattolo con cui giocare e fantasticare: questo, infatti, dovrebbe favorire lo sviluppo della fantasia e della libertà. La tipologia di giocattoli, però, è mutata nel corso degli anni e a questo proposito R. Barthes, saggista francese, scrive:

 “I giocattoli correnti sono di una materia ingrata, prodotti di una tecnica, non di una natura. Molti ora sono stampati in complicati impasti; in essi la materia plastica ha un aspetto al tempo stesso igienico e grossolano, spegne il piacere, la dolcezza, l’umanità del tatto. Un segno costernante è la sparizione del legno, pur materia ideale per la sua solidità e tenerezza. Per il calore naturale del suo contatto; sotto qualsiasi forma, il legno elimina il taglio degli angoli troppo vivi, il freddo chimico del metallo; quando il bambino lo maneggia e lo batte, il legno non vibra né stride, ha un suono sordo e netto insieme; è una sostanza familiare e poetica, che lascia il bambino in una continuità di contatto con l’albero, il tavolo, l’impiantito. Il legno non taglia, né si guasta; non si rompe, si consuma, può durare a lungo, vivere col bambino, modificare a poco a poco i rapporti fra l’oggetto e la mano; se muore lo fa riducendosi non gonfiandosi come qui giocattoli meccanici che spariscono sotto l’ernia di una molla spezzata. Il legno fa oggetti essenziali, oggetti di sempre. Ora non si trovano quasi più di quei giocattoli di legno tipici lavori dei montanari, possibili, è vero, in un tempo d’artigianato. Il giocattolo ormai è chimico, di sostanza e di colore; il suo stesso materiale introduce ad una cinestesia dell’uso, non del piacere. D’altronde simili giocattoli muoiono molto presto, e una volta morti non hanno per il bambino nessuna vita postuma”.

 Oltre ai materiali di cui parla R. Barthes, neanche la forma lascia più liberi, tanto che lo stesso saggista parla di giocattoli francesi, giocattoli che riproducono perfettamente il mondo dei grandi e che non lasciano margine di immaginazione. Tutto quello che il bambino potrebbe immaginare è già all’interno di quel giocattolo, talmente saturo di particolari che confonde, disorienta, annoia. Il consumismo ha colpito anche questo mondo, proponendoci giocattoli neutri, senz’anima, identici, che rendono uguale ogni bambino e che non rispecchiano le diverse qualità degli stessi.

(Fonti utilizzate: “Miti d’oggi”, Roland Barthes)

Quote
"I videogiochi non influenzano i bambini. Voglio dire, se Pac-Man avesse influenzato la nostra generazione, staremmo tutti saltando in sale scure, masticando pillole magiche e ascoltando musica elettronica ripetitiva."

— Kristian Wilson, Nintendo Inc., 1989

Quote
"Tutto col gioco, niente per gioco."

Robert Baden-Powell

Quote
"Giocare significa allenare la mente alla vita. Un gioco non è mai solo un gioco."

— Stephen Littleword, Aforismi